Economia circolare: Patagonia e la sua cultura green

La cultura green di Patagonia

L’inquinamento, un problema attuale

Linquinamento è una tematica che ci riguarda da vicino più di quanto possiamo immaginarci; ne sentiamo parlare continuamente alla televisione, alla radio e sui social e proprio in questi ultimi anni ha raggiunto un nuovo record preoccupante, le concentrazioni di gas serra nell’aria stanno modificando il nostro clima e l’innalzamento del livello del mare, l’ acidificazione degli oceani, il riscaldamento globale e il clima impazzito, sono solo alcune delle conseguenze che ci aspettano per il futuro. Possiamo invertire il senso di marcia oppure è già tardi? Forse, una possibilità l’abbiamo ancora e si chiama economia circolare. 

Fabbriche che inquinano l’ambiente

L’economia circolare, una possibile soluzione

Economia circolare è un termine generico per definire un’economia pensata per potersi rigenerare da sola, ovvero è un sistema economico pensato e pianificato affinché sia possibile riutilizzare i materiali nei processi produttivi per ridurre al minimo gli sprechi.
Si tratta dunque di una riprogettazione radicale rispetto al modello produttivo classico basato sul massimo sfruttamento delle risorse a disposizione al fine di massimizzare i profitti e ridurre i costi al minimo (modello economico lineare). Infatti, adottare un approccio circolare significa rivedere tutte le fasi della produzione e prestare attenzione all’intera filiera coinvolta nel ciclo produttivo.
La riprogettazione secondo il modello di economia circolare passa attraverso 4 criteri cardine:

1. I rifiuti non esistono. I componenti biologici e tecnici di un prodotto sono progettati col presupposto di adattarsi all’interno di un ciclo dei materiali, progettato per lo smontaggio e ri-proposizione. I nutrienti biologici sono atossici e possono essere semplicemente compostati. I nutrienti tecnici (polimeri, leghe e altri materiali artificiali) sono progettati per essere utilizzati di nuovo con un dispendio di energia minimo.
2. Modularità, versatilità e adattabilità sono da privilegiare in un mondo in incerta e veloce evoluzione. Lavorando verso l’economia circolare, dovremmo concentrarci su prodotti di più lunga durata, sviluppati per l’aggiornamento, l’invecchiamento e riparazione, considerando strategie come il design sostenibile.
3. Energia da fonti rinnovabili. Affidarsi ad energie prodotte da fonti rinnovabili favorendo il rapido abbandono del modello energetico fondato sulle fonti fossili.
4. Pensiero sistemico. Pensare in maniera olistica, avendo attenzione all’intero sistema e considerando le relazioni causa-effetto tra le diverse componenti.

Ogni fine è un nuovo inizio: il caso Patagonia

Tra le leader mondiali per la produzione di abbigliamento outdoor, Patagonia, fin dal 1973, ha sempre seguito una mission ben precisa: produrre salvaguardando il pianeta.
Come si afferma nella sezione dedicata alla responsabilità sociale sul sito internet dell’azienda californiana (https://eu.patagonia.com/it/it/corporate-responsibility.html), per il personale di Patagonia, proteggere e preservare l’ambiente non è ciò che fanno fuori dall’orario di lavoro ma è la ragione di essere della loro attività e del loro lavoro quotidiano. Il costante impegno di questa azienda in questo ambito l’ha portata a vincere l’Accenture Strategy Award per l’economia circolare multinazionale, in occasione del World Economic Forum di Davos del 2017.

Vediamo adesso più nel dettaglio come Patagonia aderisce al modello di economia circolare.

La vera rivoluzione di Patagonia parte dal prodotto stesso. In primis, quest’ultima progetta e realizza capi e attrezzature di alta qualità, capaci di durare per anni e che possano essere riparati, così da non doverne acquistare di nuovi (celebre la pubblicità “Don’t buy this jacket“)  Ma non finisce qui! Nel caso in cui i capi non possano essere riparati, sono comunque riciclabili in nuove fibre o tessuti oppure sono riadattati nel caso non siano ancora pronti al riciclo.

Per quanto concerne i tessuti e le tecnologie utilizzate, Patagonia utilizza canapa, cotone, nylon riciclato, poliestere riciclato, lana riciclata e yulex, tutti quanti materiali a basso impatto ambientale o ottenuti dando nuovamente vita a scarti industriali che sarebbero finiti nelle discariche. I coloranti utilizzati sono per la maggior parte coloranti vegetali provenienti da risorse rinnovabili al 96%.
La ricerca dei migliori materiali parte dal team di sviluppo dei materiali, che si occupa appunto di ricercare, sviluppare e approvare materiali e fornitori valutandone la performance in quattro aree chiave: qualità, tracciabilità, tutela e sicurezza ambientali e responsabilità sociale.

Patagonia valuta costantemente nuovi materiali e riesamina quelli esistenti nell’ottica della realizzazione del migliore prodotto possibile. La valutazione ambientale è una componente chiave della loro strategia e orienta la scelta dei materiali d’elezione, indica quelli che andrebbero utilizzati con particolare cautela e quelli che andrebbero invece evitati del tutto. Il controllo meticoloso lungo tutta la supply chain permette a Patagonia di avere il pieno controllo dei materiali utilizzati. Ad esempio, la Piuma tracciabile di Patagonia offre la massima garanzia di equo trattamento degli animali, infatti proviene da oche che non sono mai state sottoposte ad alimentazione forzata né a spiumaggio da vive.

L’azienda è molto attiva anche sul versante dell’attivismo ambientale: circa l’1% dei profitti è devoluto a sostegno di organizzazioni ambientaliste di tutto il mondo, i dipendenti hanno la possibilità di fare volontariato a sostegno di cause a cui tengono e attraverso varie partnership aziendali s’impegna a limitare al minimo l’uso di prodotti chimici dannosi nonché ad incrementare la trasparenza delle pratiche socio-ambientali in tutta la catena di produzione.

Di Rose Marcario, CEO di Patagonia commenta così la cultura aziendale:

“Noi di Patagonia lavoriamo sodo per produrre capi di abbigliamento di alta qualità, realizzati con materiali eco-sostenibili; indumenti resistenti e che possono essere riparati– e offriamo una garanzia che copre l’intera vita del prodotto. Gestiamo lo stabilimento per riparazioni più grande del Nord America (con all’attivo circa 40.000 interventi nell’anno in corso) e abbiamo anche formato il personale dei nostri punti vendita affinché sia in grado di gestire i lavori di riparazione più semplici.
(…) Ci siamo dati molto da fare per offrire ai nostri clienti l’opportunità di aggiustare i propri capi e le proprie attrezzature in modo autonomo, di destinare gli articoli dismessi a donazioni o vendite, o di riciclarli se necessario.
In cambio, chiediamo ai nostri clienti di usare gli strumenti messi loro a disposizione per ridurre l’impatto ambientale delle cose che possiedono, aggiustandole, scoprendo modi alternativi per riutilizzarle, riciclandole quando sono effettivamente arrivate al termine del loro ciclo di vita.
Acquistando solo ciò di cui hanno realmente bisogno, a lungo termine, i clienti possono contribuire concretamente a ridimensionare l’imperante consumismo globale. Facendo così di un acquisto un investimento che consenta di risparmiare denaro, e contribuendo a salvare il pianeta.”

Un cambiamento non facile ma necessario

Come evidenzia il caso Patagonia, per le aziende il passaggio da un modello produttivo lineare ad un modello produttivo circolare non è di agevole applicazione.
Questa rivoluzione deve partire dalla riprogettazione del prodotto/servizio offerto (andando a toccare non solo la funzione Marketing ma anche e soprattutto le funzioni Produzione e Ricerca e Sviluppo), passando per una più ampia e profonda rivoluzione nella cultura aziendale verso un approccio e una visione “green” del fare impresa (e che quindi tocca tutta l’azienda nel suo complesso).

Ne vale veramente la pena? Secondo vari studi empirici, l’economia circolare rappresenta per le imprese una possibilità per abbattere i costi e migliorare i processi produttivi ma soprattutto, non dobbiamo dimenticarci che la posta in gioco è alta e si chiama pianeta Terra.

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Laureata in Economia Aziendale presso l’Università di Pisa e appassionata di Marketing e Comunicazione. La fotografia, i viaggi e l’arte sono le grandi passioni che riempiono il mio tempo libero.

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