Mestieri del Marketing https://www.mestieridelmarketing.it Thu, 11 Apr 2019 05:33:58 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.8.8 https://www.mestieridelmarketing.it/wp-content/uploads/mestieri-favicon-100x100.png Mestieri del Marketing https://www.mestieridelmarketing.it 32 32 L’attivismo di Lush: azienda etica ma non solo… https://www.mestieridelmarketing.it/lattivismo-di-lush-azienda-etica-ma-non-solo/ https://www.mestieridelmarketing.it/lattivismo-di-lush-azienda-etica-ma-non-solo/#respond Thu, 11 Apr 2019 05:30:14 +0000 https://www.mestieridelmarketing.it/?p=2748 L’efficacia delle pratiche di CSR Quando un consumatore pensa a Lush, una delle prime cose che gli viene in mente …

L'articolo L’attivismo di Lush: azienda etica ma non solo… proviene da Mestieri del Marketing.

]]>
L’efficacia delle pratiche di CSR

Quando un consumatore pensa a Lush, una delle prime cose che gli viene in mente è il prezzo dei suoi prodotti. Se ci riflette più a fondo si ricorderà di certo anche di tutto il suo impegno e attivismo in materia di etica, sostenibilità ambientale e commercio equosolidale, e improvvisamente il mero valore economico dei prodotti, pur essendo una delle determinanti nelle scelte d’acquisto del consumatore, passa in secondo piano.

Questo perché, come già detto nell’articolo di Federico Santini Qual è l’opinione dei consumatori della CSR? Una ricerca empirica, un consumatore è sempre più influenzato dalle tematiche di sostenibilità e responsabilità sociale intorno alle quali ruota buona parte delle politiche e delle iniziative messe in atto ormai da numerose aziende. Ed è più disposto ad acquistare i prodotti che osservano determinate regole ambientali sociali e quant’altro.

L’implementazione della Corporate Social Responsibility da parte delle aziende porta, tra gli altri vantaggi, ad un miglioramento dell’ immagine aziendale, incrementando quello che è il valore percepito dai consumatori del prodotto finale, ma anche del brand nel suo complesso.

Per migliorare la qualità della brand reputation non basta comportarsi in maniera etica e sostenibile, bensì bisogna che l’azienda si serva degli adeguati strumenti di comunicazione per rendere noto a tutti gli stakeholders aziendali il proprio impegno in merito agli ambiti di cui sopra.

I valori condivisi dal brand

Lush, in questi termini, è una delle aziende più talentuose. Riesce a distinguersi dai suoi concorrenti per la sua originalità. In primis per la sua strategia di marketing non convenzionale, poiché non investe in pubblicità e comunicazione tradizionale, ma è costantemente attiva sui social network, strumento con il quale riesce a coinvolgere i consumatori nella creazione di valore che, sentendosi parte di una community, si riconoscono nei valori promossi dal brand e partecipano attivamente supportando le iniziative e lo sviluppo del brand stesso. La promozione dei prodotti infatti, viene fatta unicamente tramite il passaparola e dagli addetti alla vendita nelle varie botteghe.

In secondo luogo Lush, oltre a promuovere iniziative, sostiene e supporta economicamente associazioni che sono attive in ambito sociale, ambientale e di sostenibilità.

In uno degli articoli in primo piano presenti sul sito ufficiale di Lush Italia, l’azienda definisce il proprio atteggiamento nei confronti dell’eticità dichiarando:

“Non ci è mai piaciuto definirci ‘azienda etica’. (…) L’obiettivo che ci siamo prefissati è quello di condurre la nostra attività in modo tale da consentire a tutti quelli che entrano in contatto con noi – i nostri fornitori, i dipendenti e i clienti – di trarre beneficio da Lush, sentendosi arricchiti.”

Lush fin 1995, anno della sua fondazione, ha delle policy atte a rispettare le persone con cui entra in contatto, sia esterne che interne all’azienda.

L’impegno nel sociale

Per quanto riguarda i fornitori delle materie prime, che sono tutte naturali o quasi, e l’approvvigionamento presso gli stessi, è tanto l’impegno che Lush mette nei confronti delle comunità e delle aree da cui acquista gli ingredienti per i propri prodotti. All’interno dell’azienda è presente un “Ethical Buying Team” che viaggia in tutto il mondo alla ricerca delle materie migliori e più sicure e, prima di ogni singolo acquisto, fa delle considerazioni etiche in merito ai diritti dei lavoratori, all’ambiente, alla distanza di trasporto della merce. In più, recandosi di persona sul luogo, cerca di capire la storia che si cela dietro ad ogni singolo ingrediente acquistato, quali problemi lavorativi o ambientali potrebbero presentarsi e cosa potrebbe influire sul costo dei materiali.

Lush attribuisce rilevanza anche all’aspetto sociale interno, impegnandosi a mettere in risalto il lavoratore prima di tutto come persona. Infatti, agli artigiani che producono i cosmetici con le loro mani, spetta la riconoscenza di vedere il proprio volto e nome stampato sopra le confezioni dei prodotti. L’impegno di Lush è stato riconosciuto anche pubblicamente tramite molteplici premiazioni negli ultimi anni per essere una delle migliori imprese nelle quali lavorare. Lo scorso 11 ottobre è stata l’occasione più recente in cui le è stato assegnato un riconoscimento. 

Rispetto dell’ambiente, prodotti “messi a nudo”

Più di un terzo dei cosmetici Lush è stata “messa a nudo”, ossia senza packaging, questo per ridurre al minimo l’impatto ambientale e l’inquinamento dei mari e non solo. Gli altri imballaggi comunque sono riciclati al 100%, sulle confezioni di alcuni prodotti, infatti, ti propongono di conservare i contenitori e, una volta accumulatone un certo numero, riportarli in negozio per ottenere in cambio una maschera per il viso gratis. Lo scorso Giugno a Milano è stato aperto il primo “naked shop”, in cui la totalità della merce venduta è priva di packaging. I prodotti che solitamente sono nella forma liquida, dagli shampoo passando per i balsami corpo ai saponi, vengono resi solidi.

Operazione “save the animals”

Lush è attiva anche sul fronte della salvaguardia degli animali. Infatti, per testare l’efficacia e la sicurezza dei cosmetici non pratica test sugli animali, come la maggior parte delle aziende operanti nel settore, bensì  pratica tecniche in-vitro ossia tecniche per eseguire determinate procedure in un ambiente controllato esterno e non in un organismo vivente. Inoltre, finanzia lo sviluppo di metodi alternativi di sperimentazione non-animale. Dal 2012 ha istituito il “Lush Prize”, il più grande premio al mondo nel campo della sperimentazione non animale che ha l’obiettivo di supportare le eccellenze scientifiche che lavorano per trovare alternative ai test sugli animali, il cui fondo annuale ammonta a 350.000 £. Premio che nell’ultima edizione è stato vinto da due giovani ricercatori italiani.

“Testare sugli animali per noi è semplicemente inaccettabile. Riconosciamo che la sicurezza dei clienti sia fondamentale, ma può essere garantita senza dover sfruttare gli animali”. (Lush Italia)

Per l’azienda, una tale presa di posizione così netta su una delle questioni socialmente e politicamente più scottanti non è stata certamente una mossa priva di conseguenze: vi sono infatti Paesi in cui Lush non può aprire negozi perché le legislature locali richiedono test sugli animali per commercializzare i prodotti.

Sarà tutto vero?

“Ci sono molti modi in cui un’azienda può garantire che le proprie pratiche interne siano trasparenti e oneste – e uno dei modi migliori è consentirne la supervisione da parte di organi esterni.” (Lush Italia)

Per un cliente Lush avere la certezza che i valori del brand che appoggia siano portati avanti  seriamente e con costanza è molto rilevante affinché rimanga fedele all’azienda e continui ad acquistare, pagando anche profumatamente, i suoi prodotti.

Le policy e  le iniziative intraprese da Lush sono controllate e verificate da organi esterni all’azienda e imparziali, in modo da rassicurare maggiormente il consumatore sulla veridicità delle dichiarazioni ufficiali dell’azienda in merito al proprio operato: Ethical Consumer, Vegan e Vegetarian Society, Fair Trade, sono solo alcune di queste organizzazioni.

L'articolo L’attivismo di Lush: azienda etica ma non solo… proviene da Mestieri del Marketing.

]]>
https://www.mestieridelmarketing.it/lattivismo-di-lush-azienda-etica-ma-non-solo/feed/ 0
“Ok Google fidelizzami”: passato, presente e futuro degli assistenti vocali https://www.mestieridelmarketing.it/ok-google-fidelizzami-passato-presente-e-futuro-degli-assistenti-vocali/ https://www.mestieridelmarketing.it/ok-google-fidelizzami-passato-presente-e-futuro-degli-assistenti-vocali/#respond Fri, 05 Apr 2019 11:15:55 +0000 https://www.mestieridelmarketing.it/?p=2745 Al giorno d’oggi non si può parlare di marketing senza citare, tra i suoi elementi essenziali, concetti quali: la fidelizzazione …

L'articolo “Ok Google fidelizzami”: passato, presente e futuro degli assistenti vocali proviene da Mestieri del Marketing.

]]>
Al giorno d’oggi non si può parlare di marketing senza citare, tra i suoi elementi essenziali, concetti quali: la fidelizzazione della clientela, il ricorso alla componente emozionale in ambito comunicativo e l’integrazione dei vecchi sistemi di marketing con il mondo digitale.

Proprio su questi elementi sembra far leva una delle tecnologie che, secondo molti studi, potrebbe rivoluzionare in modo drastico il “commercio” per come lo intendiamo oggi: quella dell’assistente vocale.

Non è sicuramente un caso, infatti, che alcune delle più grandi aziende presenti sul mercato, tra cui Apple, Google, Amazon e Alibaba (nel mercato asiatico), abbiano deciso di investire in modo massiccio e concreto sullo sviluppo di questa tecnologia, sia per l’applicazione in ambito casalingo, che lavorativo. L’opportunità di sviluppare una posizione di vantaggio, in termini concorrenziali, data dall’introduzione di un’innovazione di rottura come questa, permette d’intuire le motivazioni che hanno spinto le imprese a puntare, in maniera così convinta, sui supporti destinati agli assistenti vocali. In altri termini si potrebbe parlare anche di un’innovazione di valore, dato che la tecnologia presente in questi supporti già esisteva in alcuni casi (Google Assistant e Siri), ma l’introduzione di un supporto fisico, dentro il quale inglobare tale tecnologia, non ha semplicemente “aggiunto” valore a ciò che già c’era, ma ne ha ridefinito sia le potenzialità che gli ambiti applicativi, presenti e futuri.

Il mercato degli assistenti vocali, essendo totalmente nuovo, è caratterizzato da imprese provenienti da realtà totalmente diverse tra loro che mirano, in un contesto di ipercompetizione concorrenziale, a distruggere il vantaggio competitivo degli “avversari”. Per quanto riguarda Google Home è stata necessaria l’acquisizione di altre imprese che operavano nella componentistica audio per integrare competenze, sia produttive che tecnologiche, molto lontane da quelle possedute nell’asset strategico dell’azienda, per operare una diversificazione che può comunque ritenersi correlata della sua offerta.

Lo stesso vale per Apple Home Kit, con la differenza che l’impresa già era in possesso delle conoscenze tecnologiche per lo sviluppo del supporto fisico, il che ha notevolmente ridotto i costi di sviluppo del prodotto nella diversificazione correlata dell’offerta. Al contrario Amazon e Alibaba (mercato asiatico) hanno operato una diversificazione non correlata con il loro asset strategico, possedendo competenze del tutto scollegate da quelle necessarie ad operare in questo mercato; possono però usufruire (come E-Commerce) di piattaforme distributive più efficaci rispetto ai concorrenti. Questo permette loro di ridurre drasticamente i costi da sostenere per la commercializzazione del prodotto, di gestire con maggiore controllo il prezzo del prodotto e i margini commerciali.

Facciamo però un passo indietro

Di cosa parliamo effettivamente quando ci riferiamo ad un assistente vocale?

La risposta è tutt’altro che scontata. All’interno di quella che ad un occhio meno attento potrebbe apparire una semplice cassa per la riproduzione musicale, infatti, vive il cuore pulsante che rappresenta il vero valore aggiunto di questi prodotti: un’intelligenza artificiale. Che si tratti di Google Assistant, Amazon Alexa o Siri poco cambia, infatti tutte queste AI (Artificial Intelligence) si basano su una metodologia di funzionamento pressoché parallela. Sfruttano la raccolta continua e l’immagazzinamento di dati (all’interno di un Cloud), al fine di elaborarli, per fornire all’interlocutore una risposta sempre più pertinente e puntuale alle sue richieste. Essendo questi supporti in una fase embrionale del loro sviluppo a livello applicativo, le problematiche legate alla user experience del prodotto sono ancora molte, soprattutto nel mercato italiano (questi prodotti sono chiaramente più sviluppati in quelli in lingua anglofona) date le difficoltà di integrazione linguistica che necessiteranno inevitabilmente di tempo per essere superate dalle AI.

A differenza di altri prodotti tuttavia, questi sono in grado di imparare e adattarsi alle esigenze del singolo utente ed questa la caratteristica funzionale che li rende unici. Avere un maggiordomo virtuale che aiuta la gestione degli impegni quotidiani, che ci fornisce notizie su ciò che ci aspetta fuori dalla porta di casa, capace di riconoscerci e chiamarci per nome è il sogno nel cassetto di ogni nerd.

Appare riduttivo quindi analizzare questi supporti solo da un punto di vista tecnico, senza considerare la componente emozionale che si portano dietro e, quindi, la vera caratteristica che potrebbe portare a ridefinire in maniera drastica le metodologie di contatto tra prodotto e consumatore. E’ noto a tutti infatti come, in tempi recenti, Internet abbia completamente stravolto le tecniche utilizzate in ambito di comunicazione commerciale, permettendo, attraverso i cookies, di offrire in maniera sempre più personalizzata le offerte ai consumatori veramente interessati; riducendo la sovrabbondanza di input comunicativi che caratterizzava canali come quello televisivo per esempio. L’intento perseguito con gli assistenti vocali, in un futuro prossimo, sembra proprio essere quello di rendere la personalizzazione dell’offerta di prodotti e servizi ancora più efficace, grazie alla miriade di informazioni sia culturali che comportamentali, che si possono acquisire tramite l’AI (normative sulla privacy permettendo). Basti pensare, a puro titolo esemplificativo, alla raccolta dei percorsi che un individuo fa dalla sua abitazione al luogo di lavoro (All’interno degli assistenti sono presenti apposite funzioni per monitorare il traffico e permettere di evitarlo), l’AI potrebbe durante il tragitto presentare al consumatore varie “occasioni” presenti nelle attività commerciali a lui vicine, portarlo alla pompa di benzina meno affollata o più economica, permettendo un risparmio in termini di tempo e denaro.

La presenza di queste nuove scelte, prima non presenti tra quelle a disposizione del consumatore, potrebbe cambiare le sue abitudini di consumo. Rappresenterebbe inoltre per le imprese un percorso di comunicazione commerciale altamente efficace (in termini di pertinenza e costi di produzione del messaggio). L’integrazione di questa tecnologia in un altro mercato, come quelli della domotica (ad alto tasso tecnologico e per questo ancora a basso livello concorrenziale nel nostro paese) permette di intuire che intorno all’assistente vocale, si potrebbe definitivamente fare quel passo in avanti che ancora la domotica nel mercato italiano non è riuscita ad avere.

La capacità di fungere da Hub (centro di controllo di svariati dispositivi domotici, fino ad ora incapaci di comunicare tra loro) è uno degli ambiti applicativi in cui si giocherà probabilmente la lotta concorrenziale nel prossimo futuro. Ed è proprio per sfruttare questa capacità che i software presenti negli assistenti vocali sono sviluppati per interagire esclusivamente con altri programmi legati al produttore (per esempio, il Google Home può interagire solo con altri device della stessa casa, all’interno di un sistema chiuso ai dispositivi concorrenti). Il chiaro intento è di fidelizzare il consumatore al singolo prodotto in primis, poi a tutti gli altri servizi a esso collegati. Poter gestire la propria casa, un ufficio o un’intera azienda, semplicemente “parlando” con un assistente, proietta l’immaginazione inevitabilmente in un futuro a cui solo i film ci hanno abituato, ma che sembra più vicino di quanto si pensi. Nel mercato americano, per esempio, Amazon ha sviluppato Alexa for business: un’AI che è in grado di interagire con i CRM delle imprese, riducendo drasticamente i tempi di raccolta e gestione delle informazioni.

Ma attenzione, “non è tutto oro quello che luccica”

In un momento storico come quello che stiamo attraversando, in cui si sente giornalmente parlare di violazioni della privacy e delle difficoltà fisiche riscontrate dalla giurisprudenza nell’adattarsi ai cambiamenti tecnologici in tempi rapidi, un prodotto come l’assistente vocale (che per sua natura “ascolta” ciò che diciamo) in parte spaventa. La tecnologia al suo interno è sviluppata per non ascoltare se non interpellata, ma allo stato dei fatti c’è certezza che questo non avvenga? Appare altresì strano che proprio su una tematica tanto delicata non si sia soffermata, in ambito comunicativo, nessuna delle aziende citate; né tantomeno ci sia stata un’analisi preventiva da parte dei consorzi di tutela dei consumatori, prima della commercializzazione di questo prodotto. Non mancano casi, infatti, come quello riportato dal Corriere della Sera, di riscontrata vulnerabilità di questi dispositivi ad intrusioni esterne, capaci di attivare i microfoni di questi supporti. A queste problematiche si affiancano quelle relative alla normazione delle AI, non definita con chiarezza a livello mondiale e europeo (è prevista infatti solo per Dicembre un primo consiglio per stabilire i limiti etici e progettuali da adottare a livello comunitario).

Alla luce di ciò appare chiaro che le potenzialità legate a questa tecnologia, in molti ambiti, non potranno che portare allo sviluppo del mercato degli assistenti vocali anche se, ad oggi, non è chiaro a quale prezzo per la nostra privacy.

L'articolo “Ok Google fidelizzami”: passato, presente e futuro degli assistenti vocali proviene da Mestieri del Marketing.

]]>
https://www.mestieridelmarketing.it/ok-google-fidelizzami-passato-presente-e-futuro-degli-assistenti-vocali/feed/ 0
La Brand Extension: Juventus lancia Icon Collection https://www.mestieridelmarketing.it/la-brand-extension-juventus-lancia-icon-collection/ https://www.mestieridelmarketing.it/la-brand-extension-juventus-lancia-icon-collection/#respond Wed, 03 Apr 2019 07:00:44 +0000 https://www.mestieridelmarketing.it/?p=3150 Juventus: non solo calcio… “Ridefinire il modo di vivere quotidianamente la propria passione, andando oltre lo sport e divenendo simbolo …

L'articolo La Brand Extension: Juventus lancia Icon Collection proviene da Mestieri del Marketing.

]]>
Juventus: non solo calcio…

“Ridefinire il modo di vivere quotidianamente la propria passione, andando oltre lo sport e divenendo simbolo di uno stile unico: è questo l’impulso che ha dato vita a Icon Collection”, si legge sul sito della società bianconera.

La prima collezione streetwear prodotta dalla Juventus con cui cerca di inserirsi nella quotidianità dei propri tifosi e quindi non solo nell’ambito calcistico è stata presentata a metà gennaio presso il White Street Market durante la Men Fashion Week di Milano. Attraverso Icon Collection si vuol trasferire al mondo della moda i valori e la passione che accomunano i tifosi bianconeri, con l’aspirazione di diventare un vero e proprio brand iconico dell’intrattenimento sportivo e non solo.

La collezione non si basa solo sui classici colori societari ma cerca di seguire le tendenze attuali della moda presentando capi d’abbigliamento dal design unico ed esclusivo con tanto di stampe, ricami e accessori targati Juventus. L’ingresso nella moda cerca di consolidare e sviluppare ulteriormente il brand verso un pubblico globale, seguendo la contaminazione culturale tra football e fashion. A far da modelli per l’esordio ufficiale della Icon Collection sono stati giocatori del calibro di Emre Can, Douglas Costa e Federico Bernardeschi. 

Icon Collection Juventus non va assolutamente confusa con le strategie di Co-branding attuate dalle rivali sportive, quali Inter con Brooks Brothers e il Milan con Diesel. Questo tipo di strategia di co-marketing ricorre quando due o più brand noti vengono uniti per la realizzazione di un’unica product offering o commercializzati con forme di marketing comuni, sfruttando la Brand Equity delle marche (anche questo tipo di strategia ha i suoi relativi vantaggi e svantaggi).

Gestione del brand system tramite la Brand Extension

“Un’azienda riprende una marca già esistente per introdurre un nuovo prodotto sul mercato” (Kotler, Keller).

Per brand extension si intende l’uso di un brand consolidato (definito marca madre con una reputation ed image elevata) per lanciare una nuova offerta di prodotto riferita ad un’altra categoria oppure riferita ad una simile con alcune caratteristiche diverse, il tutto per facilitarne l’ingresso, l’aumento della base dei clienti ed infine anche la loro soddisfazione che porta alla retention. Grazie alla brand extension, l’impresa può trasferire la brand awareness (notorietà di marca) riducendo i rischi per il lancio di nuovi prodotti. Questa strategia si può esplicitare in due categorie:

  • Line extension (trading up, trading down, orizzontale) uso di un brand per lanciare un nuovo prodotto simile ma con caratteristiche/attributi diversi (es. colore, forma, etc.) appartenente alla solita categoria del brand madre.
  • Category extension, uso della marca madre per lanciare un prodotto appartenente ad una categoria diversa, cercando di soddisfare bisogni per lo stesso target di clienti della marca madre.

Pro e contro della brand extension?

Punti di forza:

  • Facilità di lancio di nuove offerte di prodotti;
  • rafforzamento della Brand Equity con maggior brand awareness, consolidamento della reputation, maggior rilevanza nella categoria;
  • Consolidamento del pricing e del posizionamento;
  • Sfruttamento dell’halo effect sul brand, molto probabile che i consumatori giudichino il nuovo prodotto sulla base della qualità percepita dagli altri prodotti del brand, trasferendola al prodotto in estensione.

Punti deboli:

  • Proliferazione eccessiva, rifiuto e resistenza dei consumatori, cannibalizzazione vendite, aumento confusione e affollamento;
  • Riduzione della Brand Image per incoerenza nell’immagine del nuovo prodotto con la marca madre ed errori di posizionamento, allontanamento dal core business

Pionierismo o imitazione?

Il caso Icon Collection Juventus rappresenta un’assoluta novità per il mercato nazionale in ambito calcistico, ed è per questo che solo nei prossimi mesi si potrà valutare la sua reale efficacia in termini economici ma anche simbolici data dai consumatori.
Spostandoci però ad una dimensione globale si può notare che questa strategia non è nuova, basti pensare all’NBA, dove il merchandising in primis e anche la category extension contribuiscono in modo sostanzioso ai profitti delle varie franchigie ma anche della stessa Lega NBA.

L'articolo La Brand Extension: Juventus lancia Icon Collection proviene da Mestieri del Marketing.

]]>
https://www.mestieridelmarketing.it/la-brand-extension-juventus-lancia-icon-collection/feed/ 0
Sensorial Branding: costruire l’identità di marca attraverso i sensi https://www.mestieridelmarketing.it/sensorial-branding-costruire-lidentita-di-marca-attraverso-i-sensi/ https://www.mestieridelmarketing.it/sensorial-branding-costruire-lidentita-di-marca-attraverso-i-sensi/#respond Thu, 28 Mar 2019 14:35:13 +0000 https://www.mestieridelmarketing.it/?p=3197 Per poter comunicare al meglio un brand, ormai lo sappiamo, è necessario costruire intorno ad esso un sistema di valori …

L'articolo Sensorial Branding: costruire l’identità di marca attraverso i sensi proviene da Mestieri del Marketing.

]]>
Per poter comunicare al meglio un brand, ormai lo sappiamo, è necessario costruire intorno ad esso un sistema di valori che lo connotano, conferirgli una identità unica e facilmente riconoscibile. All’interno di una brand strategy generale, la fase di costruzione della identity è cruciale: rappresenta il momento in cui l’azienda cerca di portare la vision, la mission ed i valori sul mercato, comunicandoli al pubblico dei consumatori. Come si legge in un articolo di SEMrush, la creazione dell’identità di una marca è un processo complesso, che tiene in considerazione diversi elementi imprescindibili, dal nome dell’azienda, alla comunicazione sui media, passando per il design e il rapporto con i clienti. Alcuni di essi, più degli altri, sono legati alla riconoscibilità della marca in un ambiente sovraffollato di stimoli di diversa natura come quello in cui viviamo: si tratta del visual branding e del sonic branding, due strategie che consentono di rafforzare l’identità del brand attraverso l’utilizzo dei sensi e di far scattare nella mente del consumatore in maniera immediata e non ragionata un processo che porta all’associazione di un’immagine o un suono alla marca stessa.

La velocità è determinante

Attrarre l’attenzione dei consumatori sta diventando sempre più complesso, data la grande esposizione mediatica a cui sono sottoposti quotidianamente che ne ha abbassato la soglia di attenzione e ha generato una sorta di barriera che filtra solo alcuni stimoli. La conseguenza è che i brand, per essere riconosciuti e memorizzati dai consumatori, hanno dovuto trovare nuovi metodi che consentissero loro di abbassare il tempo necessario ad entrare in modo efficace nella mente degli individui. Uno di questi metodi sfrutta i canali sensoriali, la vista e l’udito in particolar modo, che elaborano gli stimoli ricevuti in meno di 0,15 secondi e creano un percorso privilegiato per il passaggio delle informazioni: la velocità con cui viene recepito uno stimolo sensoriale è propedeutica alla sua immediata trasmissione al sistema di elaborazione e immagazzinamento nella memoria, determinando l’esclusione di altri stimoli più lenti, che resteranno fuori dalla barriera. Senza scendere troppo nel dettaglio, consigliamo la lettura di un interessante articolo per ulteriori approfondimenti in tema di neuromarketing.

Tempi percezione stimoli

Visual branding e sonic branding

La pratica di costruire l’identità di marca attraverso gli stimoli visivi e uditivi non è un elemento nuovo nel marketing: il fatto che si parli di visual branding e sonic branding non deve ingannare, le radici sono lontane nel tempo. Si parla, infatti, di sonic branding quando un suono, una canzone, o anche uno slogan, vengono associati a un prodotto o a una marca in modo continuativo nel tempo, così che i due concetti diventino inscindibili e portatori dei medesimi significati. Per il visual branding vale lo stesso discorso, ma applicato al logo del prodotto/brand, ai colori dominanti, al design o all’utilizzo di determinate immagini. L’associazione può avvenire tramite le campagne pubblicitarie, che si incentrano volutamente sulla creazione di questo nesso e sulla ripetizione dello stimolo, oppure in una fase successiva, quella dell’utilizzo del prodotto: in questo caso pensiamo, ad esempio, ad uno smartphone, che mette il consumatore costantemente a contatto con un insieme di suoni, icone, loghi facilmente distinguibili e riconoscibili, differenti dagli altri brand, che con l’utilizzo entrano nella memoria dell’utente e creano delle associazioni stabili. È facile capire come associazioni di questo genere esistano da molto tempo, ma senza tornare troppo indietro con la memoria possiamo pensare a “I’m lovin’ it!”, lo slogan lanciato da McDonald’s nelle sue pubblicità che nel tempo è stato sostituito dal solo jingle musicale, oppure, per chi ha un passato da videogiocatore, al suono di accensione di una PlayStation e alla comparsa del logo sullo schermo. O, perché no, ai molti suoni e simboli in cui ci si imbatteva accendendo un computer.

L’attenzione del marketing, negli ultimi anni, si è concentrata in maniera prevalente sulla creazione di un forte visual branding, cercando di migliorare gli elementi visivi della marca per renderla più attraente e più coerente con i messaggi che intendeva trasmettere. Il rinnovamento dei loghi, la scelta dei colori, l’utilizzo delle immagini sono gli assi portanti per creare un ricordo stabile nella mente dei consumatori. I social media in particolar modo hanno avuto ed hanno tutt’ora un ruolo fondamentale in tal senso: sono il canale attraverso cui vengono diffusi con frequenza e tra milioni di utenti loghi, immagini e video facenti riferimento ai brand, sono la componente più dinamica del branding. Necessitano di essere studiati con grande attenzione e devono garantire che la comunicazione sia coerente in ogni suo elemento e distintiva rispetto alla concorrenza. I sempre citati social di Ceres, ad esempio, sono un caso di visual branding ben congegnato, in cui i temi trattati sono sempre di attualità, le immagini sono chiare e comprensibili, i colori rimandano in modo inequivocabile al prodotto e il logo è sempre presente.

L’ultimo anno, però, ha visto una decisa virata da parte di molte imprese sul ‘suono che fa la marca’. La rivalutazione del sonic branding, trascurato per diversi anni in nome dell’estetica, ha portato alla creazione di alcune interessanti campagne pubblicitarie, che promettono di legare il suono con l’esperienza del prodotto e, di conseguenza, con l’emozione provata dal consumatore durante l’utilizzo. Il suono, con la sua immediatezza, la sua capacità di essere riconosciuto ed elaborato velocemente, è in grado di favorire il richiamo dalla memoria di un marchio in maniera più efficace rispetto ad altri stimoli e, come afferma un articolo di Fabrik Brands, nel lungo periodo la creazione implicita di relazioni nella mente dei clienti favorisce l’aumento di engagement e loyalty. È questa la ragione che ha spinto diverse imprese a rivedere la propria strategia di creazione della brand identity e a cercare vie migliori per costruire il suono dei propri prodotti, studiandolo nel dettaglio con esperti del settore e testandolo sui consumatori per valutare l’effetto suscitato su di essi. Due aziende in particolare hanno deciso di applicare il sonic branding ad un settore che fino a questo momento ‘non produceva alcun rumore’, quello delle carte di credito: Visa e Mastercard, infatti, si sono impegnate nella ricerca di un suono adatto a rappresentare i propri prodotti, un suono gradevole da associare al momento del pagamento, che faccia ricordare all’utente che pagare con quella carta è differente. Utilizzando spot iconografici, incentrati unicamente sulla musica associata al gesto di pagare, sono riusciti a creare un segno di riconoscimento sensoriale associato al brand, che può essere richiamato con semplicità in diverse circostanze, senza far ricorso ad immagini o al logo.

Vi siete domandati come mai aziende come Amazon, Google o Apple si stiano impegnando per portare nelle vostre case degli oggetti che comunicano con voi, che vi parlano? Una parziale spiegazione alla diffusione degli smart speaker è il sonic branding: associare un suono alle attività quotidiane, in particolare allo shopping; un suono da ripetere nel tempo, fino alla possibilità di condizionare tali attività secondo la volontà dell’impresa. Come riporta Adweek, infatti, è previsto che il mercato del voice shopping arriverà a raggiungere i 40 miliardi di dollari entro il 2022.

Coca-Cola va oltre il Taste the Feeling

Un esempio piuttosto chiaro di come si realizzi una campagna di sonic branding è quello raccontato nel seguente video, che spiega come Coca-Cola nelle sue pubblicità abbia deciso di superare la singola associazione tra brand e slogan che la contraddistingue da anni, affiancando ad esso un nuovo suono: la bottiglia di cola che viene stappata per essere assaporata. Un rumore facilmente riconoscibile, “diverso” da quello delle altre marche e che distingue Coca-Cola in maniera univoca. Affiancato allo slogan “Taste the Feeling” che ha imperversato nelle campagne pubblicitarie per anni, il nuovo suono ne assorbe le valenze, si fa portatore degli stessi valori e significati sedimentati nella mente dei consumatori. Ma la differenza è sostanziale: il nuovo suono associato al brand è un ponte con il prodotto fisico, può essere sentito ogni volta che si beve una Coca-Cola, e proprio in quel momento torneranno alla mente del consumatore le sensazioni relative alla marca e le emozioni provate in passato gustando una cola.

Il sensorial branding

Considerare l’immagine ed il suono in maniera separata, tuttavia, non è un approccio corretto. Se da un lato è perfettamente possibile creare un visual branding efficace senza far ricorso ad elementi uditivi distintivi, dall’altro lato sarà piuttosto difficile associare un suono ad un brand senza ricorrere ad immagini e loghi. La scelta migliore in tal senso è quella di utilizzare visual branding e sonic branding in maniera congiunta, in modo che gli stimoli provenienti da sensi diversi siano percepiti in maniera unitaria e sovrapposta. Meglio ancora se si parla di sensorial branding, una compiuta integrazione delle attività di branding collegate all’utilizzo di più sensi contemporaneamente. Non si tratta solamente di unire gli stimoli visivi con quelli uditivi, ma di integrare ad essi in maniera innovativa i restanti tatto, gusto e olfatto che, a seconda del prodotto/marchio considerato, potrebbero avere una valenza significativa nel distinguerlo.

Pensiamo, ad esempio, a quanto avviene utilizzando ApplePay o Google Pay. Nel momento in cui ci apprestiamo a pagare con uno smartphone gli stimoli che riceviamo sono di diversa natura, ma si combinano indissolubilmente e vengono percepiti in maniera unitaria, differente da tutto il resto: sullo schermo compaiono simboli e forme distintivi e il logo della applicazione rimanda chiaramente al marchio (stimolo visivo); allo stesso tempo, nel momento esatto in cui la transazione viene confermata, lo smartphone vibra (stimolo tattile); infine, a completamento del pagamento, viene emesso un suono, tipico del brand (stimolo uditivo).

L’unione di una molteplicità di stimoli di natura differente, l’utilizzo del sensorial branding integrato, potrebbe essere una linea di sviluppo ulteriore percorsa dal marketing nella creazione della brand identity, il prossimo passo da seguire per le aziende per differenziarsi in un ambiente denso di stimoli.

L'articolo Sensorial Branding: costruire l’identità di marca attraverso i sensi proviene da Mestieri del Marketing.

]]>
https://www.mestieridelmarketing.it/sensorial-branding-costruire-lidentita-di-marca-attraverso-i-sensi/feed/ 0
Interviste dal mondo: Agustina Nigro, Marketing Manager di Oracle Argentina, Paraguay, Uruguay e Bolivia https://www.mestieridelmarketing.it/interviste-dal-mondo-agustina-nigro-marketing-manager-di-oracle/ https://www.mestieridelmarketing.it/interviste-dal-mondo-agustina-nigro-marketing-manager-di-oracle/#respond Tue, 26 Mar 2019 06:00:18 +0000 https://www.mestieridelmarketing.it/?p=3211 Abbiamo avuto il piacere di intervistare Agustina Nigro, marketing manager di Oracle Argentina, Paraguay, Uruguay e Bolivia. Oracle è una …

L'articolo Interviste dal mondo: Agustina Nigro, Marketing Manager di Oracle Argentina, Paraguay, Uruguay e Bolivia proviene da Mestieri del Marketing.

]]>
Abbiamo avuto il piacere di intervistare Agustina Nigro, marketing manager di Oracle Argentina, Paraguay, Uruguay e Bolivia. Oracle è una società multinazionale del settore informatico, inizialmente attiva nel settore dei database. L’azienda sviluppa e costruisce inoltre hardware, software di gestione delle risorse aziendali (ERP), gestione delle relazioni con i clienti (CRM) e di gestione della catena di distribuzione (SCM).

 

Come descriveresti Oracle utilizzando 3 aggettivi?

Innovativa, trasformativa, stimolante.

Quale è stato il tuo percorso nell’azienda?

Ho iniziato nel Maggio del 2015 come Corporate Communications Manager per Cile e Argentina. Il mio ruolo era quello di supervisionare le relazioni con i media, le comunicazioni interne e le strategie di posizionamento esecutivo per quei paesi. Nel 2017 è stato creato per l’America Latina il dipartimento Social Media e sono diventata Social Media Manager per quel territorio. Successivamente ho iniziato a ricoprire il ruolo di marketing manager per Oracle Argentina, Paraguay, Uruguay e Bolivia.

Di cosa si occupa l’area marketing di Oracle?

Nel team di marketing sviluppiamo ed eseguiamo iniziative incentrate su ciò di cui i nostri clienti hanno bisogno. Dalle campagne di sensibilizzazione e generazione della domanda (con social media, programmi di e-mail marketing, eventi di terze parti, media) alle iniziative di acquisizione, maturazione e rinnovo del rapporto con il cliente (con eventi in loco, direct marketing, tra gli altri). Lavoriamo come un team globale e regionale allo stesso tempo, collaborando a stretto contatto con il team di vendita e altri reparti dell’azienda.

Le tue precedenti esperienze lavorative in ambiti diversi dal ruolo che attualmente occupi sono state utili per il tuo attuale lavoro?

Ho lavorato come Account Executive presso agenzie di PR, prevalentemente su aziende tecnologiche. Ciò significa che ho guidato la gestione quotidiana per aziende come Gigaset o FedEx relativamente alle strategie di comunicazione e media relation. Credo davvero che ogni esperienza conti e costruisca il tuo background professionale grazie all’acquisizione di nuove prospettive e diverse metodologie.

Cosa vuol dire per te “marketing”?

Penso che il marketing in primo luogo riguardi la comprensione del cliente e di ciò di cui ha bisogno, nonché cultura e soluzioni dell’azienda.

Conoscendo profondamente questi due aspetti, come professionista del marketing, sarai in grado di offrire strategie che mostrino il tuo prodotto o la tua soluzione nel miglior modo possibile e soddisfino le esigenze dei clienti.

Quali sono le difficoltà e i segreti per gestire un territorio così vasto e culturalmente vario come quello che ti è stato affidato?

Al fine di gestire diverse aree geografiche e fornire per esse un messaggio coerente è necessario comprendere le culture locali. Lavorare in stretto contatto con partner locali e agenzie è la chiave. Costruire relazioni strette con fornitori e partner di fiducia per ottenere informazioni approfondite in modo che le campagne di marketing abbiano senso a livello locale e abbiano un impatto significativo

Che consiglio daresti ora alla Agustina universitaria?

Di essere curiosa! Chiedi tutto ciò che non sai o capisci. Fai pratiche professionali e stage, perché sul campo impari tanto. E non smettere mai di studiare e aggiornarti.

Quali sono state, a tuo modo di vedere, le qualità che ti hanno permesso permesso di diventare Marketing Manager?

Penso principalmente alla proattività, sono sempre desiderosa di imparare nuove cose ed essere una “team player”. Inoltre, sono molto appassionata di marketing e comunicazione e di come queste discipline si evolvono attraverso la trasformazione digitale. Ho letto molto riguardo a questo.

Parlando un po’ della tua azienda: quanto sono importanti i giovani per Oracle? Quali sono le competenze più importanti che Oracle cerca nei giovani?

In Oracle è più importante essere allineati con i valori core dell’azienda, rispetto all’età o al sesso.  Avere uno spirito di “start-up”, essere appassionato e ossessionato dall’eccellenza verso il cliente, è ciò che l’azienda cerca nei propri collaboratori

Perché un giovane studente dovrebbe aspirare a lavorare per Oracle?

Oracle è un’azienda che si sta trasformando dando potere alle persone e alle imprese attraverso l’innovazione e la tecnologia. Credo che sia il posto giusto per iniziare una carriera, imparare molto e vedere come la trasformazione digitale influisce sulla vita di tutti i giorni!

L'articolo Interviste dal mondo: Agustina Nigro, Marketing Manager di Oracle Argentina, Paraguay, Uruguay e Bolivia proviene da Mestieri del Marketing.

]]>
https://www.mestieridelmarketing.it/interviste-dal-mondo-agustina-nigro-marketing-manager-di-oracle/feed/ 0
Il rebranding: una scelta di cambiamento della brand image https://www.mestieridelmarketing.it/il-rebranding-una-scelta-di-cambiamento-della-brand-image/ https://www.mestieridelmarketing.it/il-rebranding-una-scelta-di-cambiamento-della-brand-image/#respond Mon, 04 Mar 2019 12:41:00 +0000 https://www.mestieridelmarketing.it/?p=3192 Tjaco H. Walvis, nel suo libro “Three laws of branding: Neuroscientific foundations of effective brand building”, definisce il rebranding come …

L'articolo Il rebranding: una scelta di cambiamento della brand image proviene da Mestieri del Marketing.

]]>
Tjaco H. Walvis, nel suo libro “Three laws of branding: Neuroscientific foundations of effective brand building”, definisce il rebranding come “l’attività messa in atto dai proprietari dei brand, che consiste nell’associare il marchio a informazioni, significati, emozioni, immagini, intenzioni, etc. che risultano di grande importanza nel processo di decisione di acquisto dei consumatori e degli stakeholder in generale”.

La costruzione della brand image è un processo molto complesso e di fondamentale importanza, poiché sulla base dei collegamenti che il consumatore effettua, si hanno delle ripercussioni rispetto al suo coinvolgimento nei confronti della marca stessa. Lo scopo di ogni azienda è dunque quello di creare una brand image che sia il più possibile vicina alla brand identity e ai valori che il marchio vorrebbe trasmettere.

“Una brand identity solida e coerente è il sacro graal di ogni marchio”

Ma se la brand image non è quella desiderata dall’azienda?

Il rebranding rappresenta spesso una soluzione valida. Viene generalmente utilizzato per realizzare un nuovo posizionamento dell’azienda nel mercato, ma è altrettanto utile quando si desidera riaccendere l’interesse verso un prodotto oppure qualora si voglia migliorare una reputazione negativa. In ogni caso, è sempre associato a un cambiamento della brand image, ossia alla specifica percezione che i consumatori hanno della marca.

Cos’è il rebranding?

Il rebranding è una strategia di marketing che ha come obiettivo un nuovo posizionamento nella mente del consumatore, diverso da quello precedente. Tale nuovo posizionamento viene innescato dal cambiamento, che può essere più o meno radicale, riguardante il nome, gli elementi visibili dell’azienda (logo, payoff, packaging..), l’intera strategia di marketing o anche solo la comunicazione.

Il rebranding può essere di tipo proattivo, se finalizzato al miglioramento della brand image, a rafforzare il rapporto con il target originario, a un riposizionamento, oppure quando è necessario adattare l’immagine aziendale a una nuova tipologia di prodotto che è stata introdotta. È invece di tipo reattivo, se attuato in risposta a particolari eventi come scandali aziendali o fusioni di aziende, oppure qualora si desideri mantenere il vantaggio competitivo a seguito dell’introduzione di innovazioni da parte dei competitor.

È bene tenere presente che una strategia di rebranding comporta sempre dei rischi, poiché non tutti i restyling vengono accolti necessariamente in maniera positiva dai consumatori. Ad esempio, il cambiamento potrebbe non essere accettato e/o compreso dai consumatori, oppure potrebbe generare confusione. Allo stesso modo, però, un’identità che non si allinea con l’evoluzione del mercato può essere altrettanto problematica, trasformando il rebranding in una sorta di scelta obbligata, quando ormai l’azienda s’è allontanata troppo dal proprio mercato di riferimento. È per questo motivo che si tratta di una scelta che non può mai essere effettuata a cuor leggero.

Per comprendere meglio questo fenomeno, ricorriamo a qualche esempio.

Com’è stato utilizzato negli anni?

Volkswagen – In questo blog abbiamo parlato in precedenza di quello che è successo nello scandalo dieselgate, che ha investito l’azienda Volkswagen. La stessa azienda che nel giugno 2018 ha visto il fermo del suo amministratore delegato, oggi, sotto la guida del nuovo amministratore delegato Müller, sta investendo 20 miliardi di euro nelle auto elettriche. Possiamo considerarlo un caso di rebranding di tipo reattivo?

Il fine ultimo del rebranding è quello di sviluppare una nuova identità per posizionarsi in modo differente nella mente di tutti gli stakeholder e per fare questo serve di più rispetto a qualche investimento in auto elettriche, ma si deve puntare a un cambiamento più profondo e coerente. Ecco che il Direttore Marketing dell’azienda, cosciente della necessità di una svolta più radicale, ha annunciato una modifica del logo dell’impresa nel 2019.

«la grande sfida è (capire) come introdurre le persone al mondo “elettrico”. Vogliamo che le persone si divertano con noi. Dobbiamo diventare più colorati»
Direttore Marketing Gruppo Volkswagen

Ora possiamo rispondere alla domanda precedente: sicuramente è in corso un processo di rebranding finalizzato a trasmettere un’immagine più “green” della compagnia.

McDonald’s – Nel 2014, a seguito di un periodo di calo delle vendite, McDonald’s decide di attuare una strategia di rebranding basata su un ampliamento del menù e un cambiamento delle strategie social. In questo caso si tratta di un cambiamento non radicale, che non riguarda né il nome né il logo del brand.

L’obiettivo, come ha affermato Don Thompson, amministratore delegato del gruppo, è stato quello di rendere il marchio “affidabile e rispettato”, affiancando gli alimenti già contenuti nel menù (ad esempio, le patatine fritte, i Big Mac e gli Egg McMuffin, che insieme rappresentano il 40% delle vendite) con altri prodotti ritenuti più sani e salutari, quali la “carne sostenibile”, la frutta e la verdura.

La volontà è piuttosto evidente: superare le critiche sul “cibo spazzatura”, attraverso la proposta di un menù sano e sostenibile. Inoltre, per avvicinarsi ai clienti e accrescere la trasparenza da parte dell’azienda, è stato creato il portale “yourquestions”, mediante il quale qualunque utente può porre le proprie domande all’azienda. Tutto questo è stato accompagnato da un rinnovamento dei locali, nei quali è possibile trovare divanetti e wi-fi, dove i clienti possono gustare un McFlurry comodamente e piacevolmente.

Juventus – Il rebranding non risparmia neanche il mondo del calcio. Nel 2017, la Juventus annuncia un cambiamento decisamente radicale, che si attuerà partendo da una modifica dello storico logo. Il rebranding riguarderà la scelta di un logo minimalista ma più in generale un rinnovamento di tutte le grafiche dei canali social, del sito e dell’app. Si tratta di un cambiamento dell’intera strategia di marketing, che ha l’obiettivo di estendere il brand a mercati completamente nuovi.

Modificare una reputazione negativa, risvegliare l’interesse su un prodotto maturo, riposizionarsi all’interno di un mercato. Qualunque sia il motivo alla base di una strategia di rebranding, è importante che questa scelta sia coerente con la mission dell’impresa o con la sua product offering, al fine di evitare di innescare nei propri clienti una sensazione di eccessiva lontananza rispetto all’identità e ai valori aziendali, intaccando addirittura la brand awareness. È molto importante, inoltre, determinare il momento giusto in cui attuare una strategia di rebranding, quali elementi devono essere modificati e, infine, comunicare il cambiamento nel modo giusto.

L'articolo Il rebranding: una scelta di cambiamento della brand image proviene da Mestieri del Marketing.

]]>
https://www.mestieridelmarketing.it/il-rebranding-una-scelta-di-cambiamento-della-brand-image/feed/ 0
Il potere della gentilezza. Principi di PNL per copywriter coraggiosi https://www.mestieridelmarketing.it/il-potere-della-gentilezza-principi-di-pnl-per-copywriter-coraggiosi/ https://www.mestieridelmarketing.it/il-potere-della-gentilezza-principi-di-pnl-per-copywriter-coraggiosi/#respond Tue, 26 Feb 2019 07:00:23 +0000 https://www.mestieridelmarketing.it/?p=3178 Gentilezza, dal latino gens, con il significato etimologico di “comportamento tipico di chi appartiene a una nobile stirpe”, non è …

L'articolo Il potere della gentilezza. Principi di PNL per copywriter coraggiosi proviene da Mestieri del Marketing.

]]>
Gentilezza, dal latino gens, con il significato etimologico di “comportamento tipico di chi appartiene a una nobile stirpe”, non è oggi un termine in disuso ma, ammettiamolo, è riservato a una nicchia sempre più ristretta di adepti. Soprattutto nel marketing, dove siamo tutti addestrati a parlare linguaggi militareschi e a pensare in logiche belligeranti. Non a caso, le nostre parole sono target, obiettivo, strategia, campagna.
Non a caso, nella libreria di ogni manager che si rispetti non può mancare Sun Tzu con il suo inossidabile L’Arte della Guerra e derivati. Come se la guerra fosse davvero un’arte e non la lapalissiana affermazione di una disfatta, quella di aver fallito un dialogo.

Una disfatta epocale

Proprio una recente disfatta ci impone di fare il punto sui metodi di una branca del marketing contemporaneo, cioè del web copywriting, e, di rimbalzo, ci fa riflettere anche sulla necessità (e sulla convenienza) di un ritorno alla gentilezza nella comunicazione finalizzata alla vendita. Sapere che, oggi, colossi come BuzzFeed – fino a ieri, la venerabile Mecca dei post di successo – licenziano centinaia di dipendenti in pochi giorni, deve far meditare, e molto. Così come AOL, Yahoo, HuffPost e Vice Media: in totale, le teste tagliate nelle ultime settimane sono più di mille.

Che sia il tramonto di un modo di fare comunicazione?

Probabilmente sì: potrebbe essere la fine del modo di creare contenuti per il web e, soprattutto, per i social media, in stile BuzzFeed, AOL, Yahoo e compagnia bella. Intendo la comunicazione fatta da frasi brevi e verbi schietti, dalla seconda persona singolare, visto che il noi o il voi sono troppo distanti. La comunicazione irta di punti esclamativi, zeppa di call to action gridate come comandi militari. La comunicazione delle parole potenzianti a tutti i costi, quella delle leve dell’urgenza e della scarsità. Quella del pain e delle minacce da fine del mondo. Quella che, per catturare l’attenzione del lettore, bisogna abbattere la barricata del conscio, e allora tutti a studiare sintagmi efficienti e sintassi performanti per gettarci nel corpo a corpo contro il target, col coltello dei suoi desideri inconsci tra i denti.

Che si avvicini, davvero, la fine del web copywriting per come lo conosciamo?

Tornano le barricate

La risposta ce la danno i numeri, come sempre. Quei licenziamenti sono un dato evidente, così come lo sono state le ultime virate improvvise degli algoritmi che regolano i social media, per tenere ancora gli utenti, felici e beati, nel recinto.

La risposta la percepiamo ormai da tempo, ed è sì. Perché, semplicemente, l’uomo non cambia. E quello che è successo in passato per altri media, ora che inizia a passare la sbornia da individualità ipertrofica e da umanità aumentata, come direbbe Alessandro Baricco nel suo illuminante The Game di recente pubblicazione, sta accadendo di nuovo: le persone tornano a issare le barricate, oppongono resistenza se va bene, se ne vanno, se va peggio. È fisiologico, basta aspettare e si rafforzano gli anticorpi – quanti di noi, oggi, prestano attenzione alla pubblicità tradizionale su un quotidiano o in tv?

Fateci scendere

Altro che ridurre la distanza! Questo tipo di comunicazione ne sta scavando una ben più dura a colmarsi, quella dettata dall’assuefazione, resa più virulenta dalla mancanza di tempo, contro la quale ognuno di noi combatte ogni giorno – questa sì, vera nemica dell’umanità contemporanea. Si è sempre meno disposti a concedere i nostri preziosi minuti e la nostra attenzione a contenuti scadenti, siamo gonfi di parole, immagini, video e stories, nauseati da questo fatuo carosello che frustra anche gli animi più tenaci. Non si ha più voglia di girare a vuoto, siamo stufi della giostra.

Che cosa significa tutto ciò in termini di marketing e, soprattutto, di branding, lo ha spiegato bene Paolo Iabichino in questo articolo. Riccardo Scandellari aggiunge queste considerazioni, frutto di un’analisi efficace che ben descrive il contesto in cui ci muoviamo. Addirittura uno dei guru del marketing più celebri e celebrati al mondo, Seth Godin, in occasione di una recente intervista al Sole 24 Ore per promuovere l’uscita del suo nuovo libro, This is Marketing, afferma che sì, sembra davvero essere arrivato il momento di tirare il freno di emergenza e scendere dalla giostra dei social media.

Dobbiamo “riportare i brand a casa” e lavorare sulla qualità dei contenuti per costruire relazioni autentiche, durature e – queste sì – profittevoli. Non più catture sfrenate delle grandi masse di follower, ma gesti accorti e calibrati sulle nicchie, mirati all’ascolto, alla comprensione, all’empatia (vera parola chiave del momento):

Credo che oggi l’abilità più importante sia l’empatia, ovvero quella capacità anche pratica di vedere gli altri per quello che sono veramente e di cogliere in loro ciò che sognano di essere. Se vuoi operare con efficacia nel marketing, devi andare sul mercato e imparare a non essere un ingranaggio di una gigantesca macchina, con compiti specifici e frammentati. Devi avere una visione di insieme. Ecco perché il nuovo marketing implica coraggio.

Il coraggio di tornare gentili

Che c’entra la gentilezza con tutto questo? C’entra, c’entra eccome.

Per definizione, si dice gentile “di persona che, nel trattare con altri, ha modi garbati, affabili, cortesi”, ovvero di colui che, nell’approcciarsi e nel comunicare con altri, non è aggressivo né invadente, ovvero mantiene sempre una “distanza di cortesia” dal suo interlocutore.

Una distanza? Proprio così, l’esatto contrario di quanto prescrive una comunicazione efficace. A crederci, così su due piedi, ci vuole fegato. Serve un coraggio da leoni, per tornare a parlare e a scrivere in modo “gentile”. Ma, a pensarci bene, ci sono distanze e distanze, e quella creata dalla gentilezza promette una certa efficacia sul lungo periodo; cerchiamo di capire insieme perché.

Le parole della distanza

Linguisticamente, questa “distanza” si traduce in una serie di comportamenti ben definiti, quasi delle regole di bon ton. Vediamole:

Uso del modo indiretto

Si è gentili quando, invece di impartire un ordine, si cerca di spronare qualcuno all’azione offrendo un consiglio. In questo modo si è più efficaci: è uno dei principi alla base della Programmazione Neuro-Linguistica (PNL). Il nostro inconscio, infatti, interpreta un approccio troppo diretto come un input “traumatico” quale un attacco e, dunque, si attrezza di conseguenza.

Risultato? Una strategia di difesa, che significa opposizione e resistenza: ci si ritrova di fronte un nemico anziché un alleato. Avere davanti un ascoltatore o un lettore sul chi va là, con i pugni serrati in posizione difensiva, comporterà per noi una maggiore difficoltà a far passare il messaggio e a sortire gli effetti che desideriamo.

Molto meglio inviare un input “rassicurante” come un consiglio, un suggerimento: l’inconscio si rilassa, non oppone barriere ed è più disposto a tradurre in azione, in comportamenti, i messaggi che riceve. Ce lo ha insegnato Milton Erickson, psicologo e ipnoterapeuta che ha profondamente influenzato gli studi di Richard Bandler e John Grinder, padri fondatori della PNL.

Uso dei verbi servili

Un modo indiretto si concretizza, prima di tutto, grazie all’uso di strumenti linguistici quali i verbi servili: fare, potere, riuscire e simili. “Vedrai che riuscirai a farlo senza difficolta, non appena potrai concentrarti meglio” è senza dubbio più gentile ed efficace di: “Se ti concentri, ce la fai” o, addirittura, di: “Forza, concentrati!”.

Nell’esempio, le forme servili riuscire a (+ infinito) e potere (+ infinito) servono proprio a rassicurare l’ascoltatore e ad avvicinarlo a noi, a conquistarne la fiducia e, dunque, a renderlo accondiscendente nei confronti del nostro messaggio.

Uso del periodo ipotetico

La forma ipotetica è un altro potente “strumento di gentilezza”, ovvero di avvicinamento all’interlocutore attraverso una distanza di sicurezza. Se può sembrarti un controsenso, se credi che allontanare maggiormente l’ascoltatore non sia efficace, cerca di vederlo come un modo per lasciarlo più libero di scegliere, di verificare che quello che stai dicendo sia attendibile oppure no.

Così facendo – proprio come ho fatto io, farcendo il periodo che hai appena letto con subordinate ipotetiche – lasci a lui il margine per decidere se quello che stai dicendo è vero: come se fosse il tuo ascoltatore, e non tu, ad avere in mano la situazione.

Si tratta di un escamotage per spingere l’ascoltatore o il lettore a partecipare alla creazione del messaggio, in particolare del significato di quello che stai dicendo: rendere partecipe il tuo target alla tua comunicazione, è un gancio straordinario che ti permette di legarlo a te, al tuo messaggio, al tuo brand. È lo stesso principio della co-creazione del valore: il marketing ci insegna gli indiscutibili vantaggi di questa strategia.

Uso della forma impersonale

Le forme impersonali sono probabilmente lo strumento più potente di quelli a disposizione di un interlocutore gentile, per tre motivi.

  1. Il primo è che contribuiscono a creare quella distanza di sicurezza necessaria a mettere a proprio agio l’interlocutore, affermando che quanto si sta dicendo non è direttamente affare suo, può stare tranquillo. Si parla in generale, non si fa riferimento a nessuno di specifico, si resta sul vago.
  2. Ecco qui il secondo motivo: si attiva quel senso di vaghezza che lo attrae, come un barattolo di miele aperto attira le api, ne parleremo meglio tra poco.
  3. Infine, la forma impersonale rende oggettivo, e dunque vero, ciò che non è, trasforma il contingente in universale e aiuta a guadagnarsi la fiducia dell’ascoltatore o del lettore. Credi a questa cosa è meno degno di fede di: Si può credere a questa cosa oppure: È ragionevole/possibile credere a questa cosa.

Uso degli avverbi di dubbio

Forse, Quasi, Probabilmente, Eventualmente… Sono parole che rendono incerto il messaggio in cui sono inserite. Incertezza che non impoverisce il testo, anzi: è strategica a infondere veridicità e credibilità a quanto si dice o si scrive.

Il nostro inconscio tende infatti a dubitare di tutte le affermazioni che gli vengono propinate come certe o inequivocabili, per il principio che abbiamo visto a proposito del modo indiretto. Presentando, così, il messaggio già confezionato a misura dell’inconscio, ovvero avvolto nell’aura del dubbio, evitiamo l’attivarsi di una barriera naturale e garantiamo alle nostre parole un efficace lasciapassare verso la fiducia dell’interlocutore.

Vaghezza

Al pari del modo indiretto, è la componente più incisiva, tipica di un modo gentile di esprimersi, per far breccia nella mente di chi riceve il messaggio. Metafore e similitudini sono gli strumenti più efficaci di questa forma retorica.

La vaghezza contribuisce a “stabilire il rapport” come si dice in PNL, ovvero offre la vena sulla quale l’interlocutore può innestare la propria esperienza, il proprio modo di interpretare il mondo, e dunque proseguire a costruire il significato del messaggio in modo personalizzato, riconoscendosi nelle nostre parole. Da qui, i benefeci che si otterranno sono quelli della co-creazione.

Non solo. Attraverso riferimenti vaghi, si delega all’interlocutore il difficile compito di persuadere… se stesso. Non siamo più noi a doverlo fare, non ne abbiamo bisogno: ciò che lasciamo in sospeso, la mancanza di dettaglio e il non-detto che contraddistinguono ogni costruzione vaga, costringono chi ascolta o leggere a completare il contesto attraverso le immagini e i significati assimilati con la propria esperienza. Immagini e significati che saranno, senza dubbio, più familiari e dunque convincenti delle migliori parole che potremmo mai schierare.

Come dicono gli inglesi, io non potrò mai essere in your shoes per il semplice fatto che siamo due persone diverse, con trascorsi, e dunque percezioni, non coincidenti. Grazie alla vaghezza, in un certo senso, posso far sì che le mie scarpe siano (quasi) le tue.

Una riprova social(e)

La conferma che tutto questo non è solo il parere estemporaneo di un umanista migrato al marketing, né una teoria fine a se stessa di linguisti con la fissa dell’ipnosi, ce la fornisce proprio il mondo dei social. Ci ricordiamo tutti, poco più di un anno fa, quanto Twitter ha innalzato il limite massimo di caratteri da 180 a 260. Una piccola ma importante concessione, a dire dagli amministratori dell’uccellino blu: un vero cambiamento epocale per consentire agli utenti “di spiegare e di spiegarsi meglio”, sulla piattaforma che rappresenta la più importante “agenzia stampa” del mondo digital, fin troppo spesso caratterizzata da botta e risposta dai toni accesi. Più spazio, quindi, per una maggiore possibilità di espressione: che cosa ha scatenato nei cinguettii degli utenti?

La più straordinaria innovazione di questo mutamento è stato proprio l’innalzamento del livello di “gentilezza” nelle conversazioni. L’incremento dei per favore ha toccato punte del 54%, il semplice (si fa per dire) grazie è cresciuto del 22%. Davvero niente male. Più gentilezza che ha determinato un maggiore grado di coinvolgimento: i tweet “garbati” hanno ottenuto più like, commenti e retweet – e ci stiamo limitando all’introduzione di due semplici espressioni di cortesia, figuriamoci a poter imbastire periodi ben più strutturati e “gentili”.

Eccoci al punto: più gentilezza = più interazioni. Potrebbe desiderare di più, oggi, un marchettaro del web?

L'articolo Il potere della gentilezza. Principi di PNL per copywriter coraggiosi proviene da Mestieri del Marketing.

]]>
https://www.mestieridelmarketing.it/il-potere-della-gentilezza-principi-di-pnl-per-copywriter-coraggiosi/feed/ 0
Nicolò Santin, Founder e CEO di Ofree: videogames, CSR e un gatto https://www.mestieridelmarketing.it/nicolo-santin-founder-e-ceo-di-ofree-videogames-csr-e-un-gatto/ https://www.mestieridelmarketing.it/nicolo-santin-founder-e-ceo-di-ofree-videogames-csr-e-un-gatto/#respond Tue, 12 Feb 2019 07:00:11 +0000 https://www.mestieridelmarketing.it/?p=3166 Ho avuto il piacere di scambiare due parlare con Nicolò Santin, fondatore e CEO della startup Ofree, una piattaforma online …

L'articolo Nicolò Santin, Founder e CEO di Ofree: videogames, CSR e un gatto proviene da Mestieri del Marketing.

]]>
Ho avuto il piacere di scambiare due parlare con Nicolò Santin, fondatore e CEO della startup Ofree, una piattaforma online che offre agli utenti la possibilità di divertirsi giocando con i videogames e di sostenere cause benefiche gratuitamente.

Ciao Nicolò. Per prima cosa vorrei chiederti cosa è Ofree.
Ofree è un progetto nato dalla mia tesi di laurea in Economia e Gestione delle Aziende e che, adesso, è diventato una startup: è una piattaforma che si propone di convertire il tempo che le persone trascorrono giocando ai videogiochi in donazioni. La nostra mission è quella di permettere alle persone di donare senza spendere, per fare questo abbiamo seguito con attenzione due importanti trend: l’attenzione che viene rivolta al tema della CSR delle imprese e l’espansione del mondo del gaming. Da un lato il mondo dei videogiochi mi appassiona, dall’altro i miei studi universitari nel ramo marketing mi hanno fatto conoscere i branded games. Unendo queste linee ho dato vita ad una piattaforma che aggrega dei giochi brandizzati, ma non in modo tradizionale con banner e pop-up, che possono risultare fastidiosi, bensì integrando il brand direttamente all’interno del gioco. L’azienda paga per essere presente sulla piattaforma e beneficiare della pubblicità, l’utente gioca gratuitamente e decide a chi donare le monete virtuali che guadagna in game.

 

Ofree come funziona

Nicolò, laureato in International Management, ha un’idea. La propone a Matteo Albrizio, Ingegnere Aerospaziale, e insieme decidono di svilupparla. Come nasce la vostra startup?
Io mi sono laureato con questa tesi, che è finita su alcuni giornali perché è stato un lavoro di 700 pagine, con 2500 questionari compilati. È simpatico perché il Professore ne aveva chiesti 200, ma io volevo assolutamente la lode e mi sono dato da fare, ricorrendo anche all’aiuto dei miei cuginetti che sono andati in spiaggia con una maglietta con scritto ‘Se compili un questionario ti regaliamo un sorriso’. Questo ha suscitato un po’ di interesse e alcuni giornali ne hanno scritto. Proprio questi articoli hanno catturato l’attenzione di alcune persone, che hanno iniziato a scrivermi per saperne di più di questa startup, tra cui Matteo. Inizialmente lui lavorava, aveva un posto full-time, ma mi disse

“Io sono un Ingegnere Aerospaziale, non so come aiutarti, ma so che voglio aiutarti!”

Il primo aiuto è stato quello di inviare messaggi a me invece che alla fidanzata, per consigliarmi a quali startup competition partecipare o come migliorare il sito. Da lì è stato costruito tutto, un passo alla volta.

La mission dell’azienda, da cui sono rimasto colpito, è quella di fare del bene, di supportare delle iniziative no profit. Vi siete prefissati uno scopo?
In un articolo di TrevisoToday di qualche tempo fa puoi trovare la mia faccia con scritto ‘Voglio donare un miliardo di euro entro il 2020’. È un’impresa tosta, è il 2019 e devo inventarmi qualcosa. Però quell’articolo è stato molto utile, ha convinto le persone della bontà dell’idea: se avessi puntato in basso non avrebbe fatto presa su nessuno. Quel numero non era scritto a caso, c’erano dietro diversi studi sul mercato dell’online advertising e su quello del gaming, che raggiungono dimensioni pazzesche. Forse entro il 2020 non ci riuscirò, ma credo di potercela fare. Anzi, la mia sfida personale sarà farlo entro il 2020!

Quello che dico sempre a Matteo è ‘se ci provo ho l’1% di possibilità di farcela, se non ci provo lo 0%’. Per conoscere il fondatore di Candy Crush ho chiesto ad una giornalista di intervistarmi insieme a lui e adesso continuiamo a sentirci. Io odio correre, ma per parlare con Riccardo Pozzoli sono andato ad un evento di running organizzato dalla Nike: il mese successivo eravamo a pranzo assieme e siamo rimasti d’accordo di rivederci dopo questi tre mesi in Silicon Valley per collaborare. Bisogna porsi obiettivi alti, essere determinati.

Come funziona il vostro modello di business? Come riuscite a fare impresa donando?
Il passo iniziale è trattenere una fee sull’investimento dell’azienda: il 50% dei soldi che una azienda investe in spese di marketing sulla nostra piattaforma vanno in beneficenza, il restante 50% lo tratteniamo noi. L’idea era quella di trattenere una quota più bassa, ma sarebbe stata a rischio la sostenibilità economica del modello. Nel lungo periodo contiamo di attingere ad altre forme di ricavo, dal posizionamento dei giochi all’interno della piattaforma al fungere da collegamento tra azienda che vuole lanciare il gioco e gaming company che può svilupparlo.

Ofree è una startup innovativa, che ha ricevuto diversi riconoscimenti a livello nazionale e suscitato interesse.
A Maggio 2018 abbiamo vinto la Startup Weekend a Milano, poi abbiamo partecipato a Lean In EU Women Business Angels a Verona: è stato molto particolare, perché era rivolto soprattutto ad imprenditorialità femminile, ma la nostra componente femminile quel giorno non è potuta venire e, nonostante la mia voce un po’ profonda, siamo riusciti a vincere ugualmente. È stato molto bello Startuppato a Torino, una grandissima competizione tra oltre cento startup, in cui era il pubblico a votare il vincitore. Nel nostro piccolo, con una versione di prova della piattaforma e con un cartello con scritto ‘Cercasi giocatori bravi per salvare il mondo’, siamo riusciti a vincere. Poi abbiamo vinto il Premio Nazionale Innovazione ICT e qualche giorno fa ci è arrivata la comunicazione che abbiamo vinto anche il Revolutionary Pitch: a ticket to the moon organizzato da StartupItalia! e growITup e questo ci permetterà di partecipare al VivaTech di Parigi. Ovviamente queste sono le competizioni che sono andate bene, ma non sempre è stato così: in molti casi non siamo riusciti a piazzarci. Però l’esperienza di partecipare ad una startup competition o ad uno startup weekend la consiglio a tutti, anche se non si è interessati a questo mondo, perché è un ottimo modo per vedere realtà interessanti e conoscere persone.

Da dove sono arrivati i finanziamenti per avviare l’azienda? Avete attinto al crowdfunding?
Il crowdfunding è stato l’argomento della mia tesi di laurea triennale, quindi ne avevo un po’ studiato le caratteristiche. Noi abbiamo voluto realizzare un crowdfunding creativo: abbiamo avviato una campagna su GoFundMe, ma attraverso le donazioni, senza offrire un reward in cambio dell’investimento. Successivamente c’è stata la vincita del Premio Nazionale Innovazione e più avanti ancora è entrato un altro investitore.

https://www.facebook.com/ofreenonprofit/photos/a.196470454310389/292470018043765/?type=3&theater

Abbiamo pensato che il crowdfunding non fosse la soluzione migliore, perché raggiungere l’obiettivo può essere difficile senza che ci siano investitori iniziali: mi è capitato di vedere campagne con obiettivo di 3000€ in cui nessuno aveva creduto, in cui neanche il fondatore aveva investito; se invece lanci una campagna e ci sono già persone pronte ad investire diventa attraente e altre persone decidono di partecipare. Per adesso abbiamo deciso di lasciarlo da parte, in futuro valuteremo.

Dal Veneto siete partiti alla volta della Silicon Valley, cosa vi ha spinti verso questo grande salto?
Che siamo fuori di testa! In uno degli acceleratori di impresa in cui siamo andati mi hanno detto che ci volevano assolutamente e ci davano 3 anni di tempo per validare il nostro prodotto. Io ho pensato: ‘cosa? Tre anni?’. Io sono una persona, come Matteo del resto, che vuole metter giù la testa e lavorare. L’idea quindi è quella di correre il più possibile e sfruttare le opportunità che si pongono. Abbiamo avuto questa opportunità, abbiamo constatato che in America gaming e charity hanno molto più peso che in Italia, e abbiamo deciso di salire su questo treno che passa una volta nella vita. Credo che sia stata la scelta giusta sotto molti punti di vista, per imparare prima di tutto, e poi per le possibilità di networking che si aprono: qui le persone ti guardano ed hanno già il biglietto da visita in mano, sono orientate al business.

Sui social avete scritto che siete alla ricerca della casa più economica di San Francisco. L’avete trovata?
Sì, assolutamente! Qui le case sono molto costose, ma siamo riusciti a trovarla ad un ottimo prezzo. Un giorno scorrevo le abitazioni su AirBnB e ad un certo punto vedo la foto di un gatto! Incuriosito scrivo alla proprietaria, la casa per me va bene, un ottimo affare!

Il team di Ofree nel frattempo è cresciuto.
Sì, certamente. Full-time siamo sempre io e Matteo, perché credo sia sbagliato iniziare ad assumere persone promettendo chissà cosa senza potergli offrire quello che è giusto. Abbiamo alcuni collaboratori in Italia che hanno un proprio lavoro, ma a cui piace il nostro progetto e che hanno deciso di passare qualche serata ad aiutarci invece che a guardare Netflix. Ci sono due sviluppatori e un advisor che collaborano part-time.

Il vostro trasferimento in America ne è la spia: Ofree cerca di diventare globale?
Io sono nel mondo delle startup da poco, ma ci sono quattro cose che mi sento ripetere sempre:

  1. L’idea vale l’1%, l’esecuzione il 99%
  2. Il team di lavoro è fondamentale
  3. Quando ti presenti non dire mai che non hai competitor
  4. Parti subito globale

Anche solo pensando ad un investitore che vuole vedere un ritorno, un business scalabile, partire con un approccio globale è fondamentale.

Parliamo un po’ di marketing: come si convincono le imprese a prendere parte in questo progetto e ad investire in advertising sui videogames?
È difficile, perché all’inizio la piattaforma parte con zero utenti. È la parte su cui stiamo lottando di più. Il nostro obiettivo è quello di coinvolgere i grandi brand, che sarebbero disposti a partecipare, ma solamente se la base di utenti che giocano sulla piattaforma è numerosa. Il primo passo è allargare la base installata. Per adesso siamo partiti con aziende più piccole, con budget più piccoli. I risultati che siamo riusciti ad ottenere ci danno la misura di quello che potremo fare crescendo.

Sapete già come farvi conoscere in un ambiente in cui non avete relazioni, come gli Stati Uniti?
Sicuramente gli eventi sono fondamentali. Il problema è che in America partecipare costa una cifra spropositata. Bisogna farsi un po’ furbi. Io e Matteo, ad esempio, andremo a Startup Grind come volontari, per lavorare e cercare di fare networking. L’importante è non star fermi: cercare di creare relazioni su LinkedIn funziona, ma uscire per strada e buttarsi funziona ancora meglio. Questo ci ha portati ad avere appuntamenti con Facebook, con Google, con Apple.

Ad esempio, volevo entrare nella sede di Facebook, ma non conoscevo nessuno che lavorasse all’interno. Ho fatto una foto davanti al Like gigante e l’ho postata, chiedendo di creare un po’ di passaparola virtuale: dopo 7 ore e 42 minuti avevo fissato un appuntamento in Facebook.

Avete mai messo un Like a due persone con le Nike che fanno il simbolo del Like davanti all’azienda del Like? #LikesforLike #NikeforLikes #SupportOfree

Publiée par Ofree sur Lundi 28 janvier 2019

Il prossimo obiettivo è quello di incontrare il CEO di Salesforce, Marc Benioff. Sono andato al grattacielo dell’azienda e ho chiesto di lui. La receptionist mi ha guardato un po’ stranita e mi ha chiesto se avessi visto quanto era alta quella torre. Però un giorno dovrà entrare da quella porta…

Ho letto recentemente che il numero degli utenti che giocano ai videogames su Facebook è in crescita. Uno stimolo in più per puntare su di voi. Come farete a vincere una forte concorrenza?
Ci sono una marea di giochi e di piattaforme, quindi non è quella la strada. Noi abbiamo preso coscienza del fatto che molte persone si stiano accorgendo che il loro tempo ha un valore, tanto che Facebook ha visto un calo del traffico. Si è alzata l’età media degli utenti ed è aumentato il numero di persone che giocano invece di fare altro. Noi puntiamo sul fatto che il loro tempo viene convertito in qualcosa che ha un impatto positivo sulla società. La scelta dovrà essere fra giocare ad un normale videogame e giocare ad un videogioco che converte il mio tempo in valore.

Il Beta Test ha funzionato bene, quante persone siete riusciti a coinvolgere?
La Beta è molto basilare, non doveva essere un lavoro di sviluppo dei giochi. L’importante era trovare aziende che fossero disposte ad investire e persone che avessero voglia di giocare. Siamo riusciti a coinvolgere circa 5000 persone con una spesa di 5€ in advertising su Facebook, quindi sostanzialmente solo tramite passaparola. Noi e le aziende investitrici abbiamo avuto modo di capire, così, che vale la pena portare avanti questo progetto.

Avete già devoluto il primo assegno?
Sì, alla fine della Beta abbiamo devoluto i primi 300€. Sono molto fiero di poter dire che abbiamo aiutato le persone a donare dei soldi in beneficenza senza spendere un centesimo. È ancora pochissimo, ma è la motivazione che mi tiene sveglio fino alle 4 di mattina per lavorare.

Grazie a Nicolò Santin, CEO e Founder di Ofree

L'articolo Nicolò Santin, Founder e CEO di Ofree: videogames, CSR e un gatto proviene da Mestieri del Marketing.

]]>
https://www.mestieridelmarketing.it/nicolo-santin-founder-e-ceo-di-ofree-videogames-csr-e-un-gatto/feed/ 0
Strumenti di time monitoring: il tempo è denaro! https://www.mestieridelmarketing.it/strumenti-di-time-monitoring-il-tempo-e-denaro/ https://www.mestieridelmarketing.it/strumenti-di-time-monitoring-il-tempo-e-denaro/#respond Thu, 07 Feb 2019 07:00:10 +0000 https://www.mestieridelmarketing.it/?p=2735 Spopolano i sistemi di monitoraggio del tempo trascorso sulle piattaforme digitali. Ultimo protagonista in ordine di tempo è Facebook, che …

L'articolo Strumenti di time monitoring: il tempo è denaro! proviene da Mestieri del Marketing.

]]>
Spopolano i sistemi di monitoraggio del tempo trascorso sulle piattaforme digitali. Ultimo protagonista in ordine di tempo è Facebook, che segue così la strada già tracciata da Apple, Google e altri player digitali.

A titolo di esempio, sia iOS 12 che Android P propongono soluzioni semplici per impostare gli smartphone in modalità “non disturbare”.

Strumento Facebook di Time monitoring

Nel social network di Zuckerberg, la funzione si trova sotto la voce “impostazioni e privacy”, con la dicitura: “Tempo trascorso su Facebook”. Eseguito l’accesso alla pagina, attraverso una grafica estremamente intuitiva, l’utente può verificare, day by day, il tempo di navigazione on site, oltre a un conseguente resoconto settimanale. È possibile, inoltre, settare varie utilità riportate sotto la voce gestisci il tuo tempo, quali:

  • preferenze per la selezione delle notizie, in cui è possibile modificare le proprie preferenze per vedere foto, video e post delle persone più rilevanti per l’utente, dando l’opportunità in tal modo di svolgere una navigazione più efficace, fruizione dei contenuti a cui siamo maggiormente interessati, ed efficiente, farlo nel minor tempo possibile;
  • amici su Facebook, che aiuta il cybernauta ad interagire con i propri amici, scoprire consigli e accettare le richieste di amicizia;
  • impostare un promemoria giornaliero, attraverso il quale l’applicazione invierà un promemoria una volta raggiunto il tempo limite impostato dall’utente stesso.

Oltre alla gestione del tempo, la funzione permette anche una gestione delle notifiche che, specie in tema device mobili, sommergono l’essere umano di stimoli, ai quali è portato a rispondere tramite una reazione comportamentale quasi automatica, la classica “sbirciatina al telefono”, per non perdersi alcun aggiornamento o novità.

Si può decidere se:

  • disattivare completamente le notifiche push;
  • selezionare quali notifiche si desidera ricevere;
  • dove riceverle: tramite notifiche push classiche, per e-mail, oppure in alternativa via sms.

“Contemporaneamente” gli studi…

Cercando di comprendere meglio cosa si cela dietro la tendenza ad un controllo responsabile del tempo di navigazione, su social e piattaforme digitali può essere interessante l’articolo No More FOMO: Limiting Social Media Decreases Loneliness and Depression.

Lo studio, condotto da un team di professori e ricercatori dell’Università della Pennsylvania, su un totale di 143 studenti, ha sviluppato evidenze empiriche sulla connessione tra eccessivo utilizzo dei social e manifestazione di solitudine e depressione.

Il campione di studenti è stato diviso in due gruppi: un gruppo ha continuato ad utilizzare i social analizzati (Facebook, Instagram e Snapchat) come di consueto, senza limiti di tempo, mentre al secondo gruppo, quello sperimentale, è stato richiesto di fruire dei social con un tempo limite di 10 minuti ciascuno.

Per i partecipanti di entrambi i gruppi l’utilizzo dei social doveva avvenire tramite device mobile. I ricercatori si sono posti l’obiettivo di misurare l’impatto sul benessere generato dalla limitazione, ma non eliminazione, dell’utilizzo di più piattaforme SNS per un determinato periodo di tempo. I risultati hanno confermato lo scenario ipotizzato inizialmente, ovvero: la limitazione dell’utilizzo dei social a 30 minuti (10 minuti ciascuno fra i 3 utilizzati) al giorno per 3 settimane ha avuto un impatto significativo sul benessere, in quanto sia solitudine che sintomi depressivi, oltre ad altri fattori legati all’ansia, sono diminuiti nel gruppo sperimentale.

La ricerca presenta comunque dei limiti, come affermato dagli stessi protagonisti, il più immediato dei quali sembra essere l’influenza della legge dei piccoli numeri; tuttavia, risulta un importante punto di partenza per interessanti futuri sviluppi. Infatti, nonostante studi passati avessero già raggiunto simili intuizioni, quello descritto è il primo a stabilire un nesso causale significativo tra decremento dell’uso dei social media e affievolirsi delle già citate conseguenze negative.

It is ironic, but perhaps not surprising, that reducing social media, which promised to help us connect with others, actually helps people feel less lonely and depressed
(Melissa G. Hunt et al., 2018)

Il tempo è denaro per il marketing?

Sebbene l’importanza per le piattaforme online di tempo di navigazione, reaction ed action compiute dall’utente, Il grande player aziendale sembra voler indottrinare il cybernauta a una corretta e responsabile fruizione dei contenuti online.

Sembra che lo sviluppo della ricerca scientifica e l’innovazione dei mezzi messi a disposizione dalle piattaforme digitali, non solo vadano di pari passo in termini temporali, ma che anzi convergano verso un’unica direzione. Il punto di incontro potrebbe essere identificato nella sensibilizzazione dell’utente riguardo le problematiche incontrate nel precedente paragrafo.

L’atteggiamento del consumatore verso il mondo dei consumi, caratterizzato, dagli anni Ottanta, da un generale apprezzamento verso ciò che c’era di buono nell’offerta delle aziende che investivano nel marketing (prodotti nuovi, servizi nuovi o anche semplici mode), di cui Thatcherismo e politica reaganiana si facevano portabandiera, sono solo un lontano ricordo. Il XXI secolo è segnato da una veemente spinta che connota il marketing sotto la prospettiva della “responsabilità” cui il concetto di marketing responsabile è espressione massima. Con il passare del tempo le imprese più evolute (ne sono esempi quelle precedentemente nominate) hanno cominciato ad agire seguendo la cultura della customer advocacy, ovvero si sono prese carico del benessere complessivo dei loro clienti, tutelandoli, anche al costo di ridurne il consumo. La funzione di Facebook precedentemente illustrata porta esattamente in questa direzione.

Assistiamo a una vera e propria strategia di de-marketing digitale in base alla logica secondo la quale, non esistono prodotti che possano ritenersi del tutto esenti dal provocare danni, specie se usati con un alto livello di intensità.

Ecco perché lo strumento di time monitoring online può trovare, nello studio presentato nel paragrafo precedente, il suo fondamento teorico: riduzione al minimo degli effetti dannosi della service offering e educazione a un consumo responsabile del cybernauta.

L'articolo Strumenti di time monitoring: il tempo è denaro! proviene da Mestieri del Marketing.

]]>
https://www.mestieridelmarketing.it/strumenti-di-time-monitoring-il-tempo-e-denaro/feed/ 0
Plastica di patate: alternativa ai prodotti monouso https://www.mestieridelmarketing.it/plastica-di-patate-alternativa-ai-prodotti-monouso/ https://www.mestieridelmarketing.it/plastica-di-patate-alternativa-ai-prodotti-monouso/#respond Tue, 05 Feb 2019 07:00:51 +0000 https://www.mestieridelmarketing.it/?p=2762 Inquinamento da plastica e alternative sostenibili A partire dal 2015 sono state prodotte circa 6,3 miliardi di tonnellate di rifiuti …

L'articolo Plastica di patate: alternativa ai prodotti monouso proviene da Mestieri del Marketing.

]]>
Inquinamento da plastica e alternative sostenibili

A partire dal 2015 sono state prodotte circa 6,3 miliardi di tonnellate di rifiuti plastici, di cui circa il 9% è stato riciclato, il 12% incenerito e il restante 79% è stato accumulato nelle discariche o nell’ambiente naturale. Le stime suggeriscono che l’ammontare di rifiuti di plastica sarà circa 20 miliardi di tonnellate entro il 2050 (Geyer R., Jambeck J.R. e Law K.L, 2017, Production, use and fate of all plastic ever made, Science Advances).

L’inquinamento da plastica è uno dei principali problemi del nostro pianeta, i dati più eclatanti si registrano da quando il consumo di prodotti in plastica è aumentato in modo esponenziale per il passaggio dai contenitori riutilizzabili a quelli monouso, i cosiddetti “usa e getta”. Queste nuove scoperte sulla produzione e l’utilizzo della plastica hanno modificato, con il tempo, le nostre abitudini rendendoci oggi i soli responsabili delle conseguenze che hanno provocato all’ambiente.

Oggi, infatti, la routine del consumatore medio è decisamente diversa da quella suoi nonni, le persone hanno sempre meno tempo da dedicare alle cose semplici della vita, tanto da essere alla continua ricerca di tutto ciò che risponde ai criteri della velocità e dell’economicità, trascurando l’amore e la cura per l’ambiente che ci circonda.

Per esempio, è ormai da anni diffusa l’abitudine di consumare pasti veloci prediligendo per le soluzioni fast: Mc Donald’s, Burger King, KFC e molti altri fast-food che si stanno pian piano espandendo sul mercato. Il problema della plastica li riguarda molto da vicino in quanto contribuiscono in maniera non irrisoria all’inquinamento utilizzando posate, piatti e contenitori di plastica che impiegano dai 100 ai 1000 anni per decomporsi.

Dal 24 ottobre 2018 le catene di fast-food son chiamate a fare i conti con la legge approvata dal Parlamento Europeo che sancisce il divieto totale degli oggetti di plastica monouso a partire dal 2021. La legge tenta di mettere un freno all’abuso della plastica e di sensibilizzare le imprese in materia di sostenibilità: bisogna dire NO ALLA PLASTICA.

Ecco che questa decisione ha dato il via alla ricerca di alternative alla plastica. Fra le tante, la Repubblica.it mette in evidenza quella del giovane designer svedese, Pontus Törnqvist, che a partire dai fast-food, potrebbe rivoluzionare il mondo dell’”usa e getta”. Egli ha ideato e realizzato una linea di buste, bicchieri, forchette e coltelli, utilizzando la plastica di patate, un materiale biodegradabile realizzato con fecola di patate, acqua e glicerina.

La fecola di patate è già utilizzata nelle industrie farmaceutiche e cosmetiche con successo e l’idea di introdurla nella produzione di plastica potrebbe essere una grande riuscita. Il procedimento per realizzare i prodotti è molto semplice: i tre ingredienti vengono mescolati, scaldati ed una volta che il composto si è addensato viene versato negli appositi stampi ed infine infornato.

In un’intervista il giovane afferma che il primo modello è nato da un errore ma, una volta perfezionato, ha reso l’invenzione innovativa e funzionale: le posate non solo sono resistenti e flessibili come le posate di plastica odierne, ma possono essere mangiate dopo aver consumato il pasto.

La plastica di patate ha dei vantaggi essenziali: il materiale utilizzato non inquina, si decompone entro due mesi e per ultimo, ma non meno importante, contrasta lo spreco di cibo; nel paese del giovane, infatti, circa il 20% di patate coltivate viene scartato e trasformate in amido. Il giovane sostiene che il progetto potrebbe migliorare, soprattutto nel design sacrificato per la funzionalità.

Fra i più popolari fast-food, nel Regno Unito e in Irlanda, Mc Donald’s ha già fatto un primo passo verso la sostenibilità sostituendo le cannucce di plastica con quelle di carta, ma l’idea geniale di Törnqvist potrebbe essere la vera soluzione di cui il nostro pianeta ha bisogno.

L'articolo Plastica di patate: alternativa ai prodotti monouso proviene da Mestieri del Marketing.

]]>
https://www.mestieridelmarketing.it/plastica-di-patate-alternativa-ai-prodotti-monouso/feed/ 0